Ho iniziato a sognare Sarajevo nel momento in cui ho finito di leggere “Venuto al mondo”, il capolavoro di Margaret Mazzantini che mi aveva fatto piangere, contorcere le viscere, indagare l’animo umano nella sua immensa grandezza e nella sua infinita bassezza.

Avevo appena messo da parte il volume e già mi vedevo perdermi in quelle strade, in quegli anfratti di storia: nella culla dell’Europa, al confine fra Oriente e Occidente, sognavo di immergermi nella vita di un mondo che non conoscevo e di osservare con i miei occhi quello che una guerra può scatenare. La distruzione esteriore, nelle strade e sulle case, e quella più profonda, intima, nel cuore delle persone.

Nel frattempo – senza mai smettere di sognare – mi sono laureata e, con i risparmi accumulati grazie al lavoro di giornalista con il quale nel frattempo avevo iniziato a cimentarmi, mi sono regalata una motocicletta: ed è stato così che, durante una delle prime uscite esplorative in sella al mio nuovo mezzo, l’immagine di Sarajevo è tornata a fare capolino nella mia mente, più invadente che mai, insieme alla promessa che quella sarebbe stata la destinazione del mio primo lungo viaggio in solitaria.

in moto verso sarajevo
in moto verso Sarajevo

Poi si sa, la vita ci si mette di mezzo, ti sbarra il percorso, ti fa rallentare, disperare così tanto da vivere nel timore che nulla sarà mai più come prima, che persino i sogni che avevi possano di colpo diventare illusioni, progetti irrealizzabili: ad un certo punto, però, si rinsavisce.

È successo anche a me e così, 385 giorni dopo aver messo per la prima volta il sedere sulla sella della mia moto, sono partita, lasciandomi indietro tutte le paure che non erano mie e le domande che sapevo non avrebbero mai trovato risposta.

Il 18 aprile del 2016, poche settimane dopo aver spento la prima candelina della mia Honda CB 500 X, ho lasciato Brescia muovendomi in direzione di Trieste: l’idea era quella di raggiungere Lubljana nel pomeriggio, concedendomi poi qualche ora per esplorare la città mentre calavano le luci della sera.

Della capitale slovena conservavo un vivido ricordo, a tratti doloroso: camminare lungo il fiume, in quella città estera che avevo raggiunto da sola, guidando la mia moto, è stata la migliore terapia alla quale potessi sottoporre i miei ricordi. Camminavo e li lasciavo andare. Si perdevano mentre tornavo verso l’ostello, verso quello che ormai era diventato tutto il mio mondo.

balcani

Ero partita da casa sapendo di avere a disposizione al massimo tre settimane: un tempo sufficientemente lungo per permettermi di avvicinarmi a tutte le realtà che volevo scoprire e per percorrere ogni chilometro con calma e consapevolezza. Per questo motivo, il secondo giorno, ho fatto poca strada e mi sono fermata a Zagabria: mi sono aggirata nella capitale croata con la curiosità di chi la vede per la prima volta e fatica a comprenderla, di chi non riesce a bucarne la scorza. Iniziavo a rendermi conto dell’esperienza che stavo affrontando e di come la solitudine fosse una compagna fedele: a volte se ne stava al mio fianco in silenzio mentre altre, invece, sembrava mi pesasse al centro della fronte, ottenebrandomi i pensieri.

Avevo trovato un bell’ostello appena fuori dal centro, dove avevo potuto parcheggiare la moto all’interno del cortile, in tutta serenità: il secondo giorno di viaggio si è concluso mangiando i pancakes insieme agli altri giovanissimi ospiti della struttura, e lasciando che la solitudine venisse dimenticata, anche solo per un momento.

Quando l’idea di un viaggio in Bosnia aveva iniziato a concretizzarsi era scattato naturalmente in me il desiderio di andare oltre alla mera esplorazione: volevo conoscere le storie che avevano affollato quei luoghi e, grazie ad un suggerimento di un mio collega della redazione di “Bresciaoggi”, avevo avuto modo di conoscere il lavoro dell’ADL Zavidovici e la triste storia che ne aveva decretato la fondazione.

Il 29 maggio del 1993, nei giorni più caldi del conflitto in terra balcanica, un convoglio di aiuti umanitari provenienti da Brescia e Cremona – diretto a Zavidovići, una piccola cittadina nel cuore della Repubblica Srpska – sul quale viaggiavano cinque giovani cooperanti era stato fermato nei pressi di Gornji Vakuf da un gruppo di paramilitari. Allontanato dalla “Strada dei Diamanti”, e forzato a dirigersi verso i boschi, il gruppo venne attaccato. Sergio Lana, Guido Puletti e Fabio Moreni morirono sotto i colpi dei berretti verdi, mentre Christian Penocchio e Agostino Zanotti riuscirono a mettersi in salvo fortunosamente.

monumento sarajevo

Da quell’assurda – e ancora purtroppo inspiegata – vicenda, mi sono fatta inghiottire: volevo tornare in quei luoghi, e mettermi in contatto con l’associazione che ancora oggi lavora a progetti di solidarietà fra i due Paesi mi è sembrata l’idea migliore.

Così la terza tappa del mio viaggio, dopo aver attraversato Slovenia e Croazia, è stata Zavidovići: in quel piccolo paese tagliato in due dal fiume Bosna sono rimasta cinque giorni, conoscendo alcune storie locali, il modo di vivere le prospettive di una nazione ancora congelata dal conflitto. In moto ho esplorato le aree circostanti, il grande verde che regna tutto attorno, e mi sono diretta verso il luogo della strage: sapevo che su quella strada sterrata, infilata in una gola fra le montagne, avrei trovato il monumento dedicato ai cooperanti morti durante l’attacco.

Volevo salutarli, ringraziarli per il loro coraggio e dirgli che io, nella pace, credo ancora, nonostante tutto.

Me ne sono andata da Zavidovići in un giorno in cui la neve aveva iniziato a cadere: dal balcone della casa nella quale stavo avevo visto che non rimaneva attaccata al suolo, e che si trattava di una tormenta temporanea: caricata la moto e indossata la tuta anti-acqua sono partita verso Sarajevo.

Sono arrivata nella capitale bosniaca percorrendo anche un pezzo di autostrada, la nuovissima A1: senza navigatore, e armata solo di una cartina, ho cercato l’ostello che avevo scovato su Hostelworld, nel quale potevo parcheggiare la moto all’interno, chiedendo informazioni ai passanti e infilandomi nel centro pedonale. Mentre vedevo la città scorrermi a fianco, mentre procedevo a passo d’uomo in Ferhadija, accerchiata dagli occhi dei bosniaci, pensavo a quanto fosse bella la vita su due ruote, e a quanto fosse grande e preziosa la libertà che abbiamo di viaggiare e scoprire la vita.

in moto lungo la strada
in moto lungo la strada

Ho esplorato Sarajevo in lungo e in largo per quattro giorni, macinando chilometri a piedi per conoscerne la storia, il dolore di chi ci ha vissuto e continua a farlo. Ho indagato le esistenze delle persone che incontravo sulla mia strada e ho conosciuto gente nuova: insieme a Nic e Lucy, provenienti dalla Nuova Zelanda, sono salita in altura e ho esplorato la vecchia pista da bob dei Giochi Olimpici, scendendo poi verso la città lungo un sentiero nei boschi. Stando attenti a seguire un percorso tracciato, perché la taxista che ci aveva accompagnato in alto all’andata era stata ben chiara: le mine sono ancora ovunque, e basta anche solo un passo falso per rischiare grosso.

Lasciare Sarajevo non è stato facile, ma Mostar mi ha colpito con la sua bellezza senza tempo, il suo fascino rinato dalla distruzione: così è stato anche per Dubrovnik, dove ho accarezzato con gli occhi il mare dall’alto delle mura cittadine, e per Spalato e Zara, durante la mia lenta risalita della costa. Ho percorso centinaia di chilometri a fianco dell’immensa distesa blu del mar Adriatico e poi ho scelto un ultimo contatto con l’immenso verde di quelle terre, perdendomi nei boschi del parco dei laghi di Plitvice. Sono salita in sella la mattina dopo, in direzione dell’Italia. Le mani fisse sul manubrio, e la sensazione ormai familiare della moto stretta fra le gambe, ero felice di aver intrapreso quell’avventura. Guidavo ed ero grata per tutto quello che avevo avuto modo di approfondire e scoprire grazie al mio mezzo: quando sono arrivata a casa, qualche ora dopo, mi sono fermata per un attimo a guardare la mia Honda e le ho detto grazie un’altra volta. Per avermi regalato la libertà, e l’indipendenza di vivere in movimento.

Scritto da Arianna Lenzi
Oltre all’amore per il viaggio e il costante cambiamento nella vita non ho mai avuto grandi certezze. Se non il fatto che volevo...